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Famiglia cristiana in fuga dall’Iran!
La famiglia cristiana in fuga dall’Iran che la Francia non vuole aiutare!

La triste odissea di Ata, Somayeh e i due figli che sono fuggiti dal Paese degli ayatollah dopo la conversione. E, ora, la nazione della laïcité non vuole fare nulla per accoglierli

 

Parigi. Ata Fathimaharloei, 36 anni, e sua moglie, Somayeh Hajifoghaha, 37 anni, erano convinti di farcela questa volta, alla luce di ciò che sta accadendo in Iran con le manifestazioni di massa contro il regime dei mullah e la conseguente repressione.

 

«Pensavo che con l’attuale situazione in Iran ci fosse una speranza», ha raccontato al Figaro Ata. Ma non c’è stato niente da fare. Per la quarta volta in cinque anni, la Francia ha rifiutato la richiesta d’asilo di questa coppia di iraniani convertiti al cristianesimo e per questo minacciati di morte nel loro paese di nascita.

 

Una conversione di comodo

 

Il motivo dei rifiuti? Non può essere certificata la sincerità della conversione ed è dunque, secondo le autorità francesi, una conversione di comodo. Ata e Somayeh, assieme ai due figli Moein e Daniel, sono arrivati in Francia nel 2018, e più precisamente a Perpignan, nei Pirenei-Orientali. Sono stati costretti a scappare dall’Iran, dopo che le autorità hanno scoperto che Ata frequentava una chiesa cristiana.

 

«Secondo la Costituzione iraniana e la legge islamica, qualsiasi iraniano che ha un padre e una madre musulmani è a sua volta musulmano e dovrà seguire la religione del grande profeta», si legge sul documento di uno studio di avvocati iraniani riportato dal Figaro.

 

Un bebè di un cristiano va abortito

 

Ata non ha espresso rimorsi dopo la sua conversione ed è considerato dai mullah come un “apostata”, mentre la moglie è accusata di essere un’“adultera”. Entrambi, nel caso in cui fossero costretti a tornare in Iran a causa dell’ostinazione della Francia a non accettare la loro richiesta d’asilo, rischiano pene gravissime e nel peggiore dei casi la condanna a morte.

 

Dal piccolo appartamento temporaneo prestato dal Centro di accoglienza dei richiedenti asilo, Ata e Somayeh hanno raccontato al Figaro la loro storia di conversione fino all’ultimo rifiuto, incassato a metà novembre. Tutto inizia a Shiraz, nel sud dell’Iran, dove Ata, infermiere all’ospedale psichiatrico, ha tra i pazienti un giovane armeno bipolare. Ata stringe amicizia con il padre del bambino, pastore evangelico che, in quanto straniero, può praticare la sua fede in totale libertà in Iran. Il padre del giovane paziente armeno inizia a parlare a Ata della Bibbia, quest’ultimo ne rimane sedotto e inizia a frequentare la chiesa armena.

 

Un giorno, però, il bambino racconta innocentemente a una delle infermiere dell’ospedale che Ata frequenta il luogo di culto cristiano assieme al padre ogni sabato: dieci giorni dopo, Ata viene licenziato. L’ex infermiere ne parla alla moglie. Perché non chiedere aiuto a tuo padre, membro influente dei pasdaran, per trovare un lavoro? Ma invece di aiutarli, il padre di Somayeh minaccia di denunciarli alla polizia morale iraniana, e ordina alla figlia, incinta di tre mesi, di abortire, perché «un bebè nato da un cristiano nel nostro paese è visto come il frutto di un adulterio», ha spiegato al Figaro Ata.

 

Strane domande

 

Da quel momento, inizia la loro fuga: 4 mila chilometri attraverso l’Europa, fino alla Francia. La prima richiesta d’asilo, depositata nel 2018, viene rifiutata dall’Ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra) col motivo che la conversione non giustifica una situazione di pericolo.

 

Nel 2020, grazie anche all’aiuto di un avvocato di Perpignan, Gérald Brivet-Galaup, viene presentata una nuova domanda presso la Corte nazionale del diritto d’asilo (Cnd). Secondo rifiuto, perché per i giudici le prove non sono sufficienti per giustificare una conversione sincera.

 

«Eppure avevamo fornito il testo tradotto che menzionava le leggi iraniane in materia di apostasia! Abbiamo dimostrato che si sono battezzati e la loro assiduità al culto, abbiamo provato qualsiasi cosa», ha dichiarato Brivet-Galaup, prima di aggiungere: «Durante l’audizione, il giudice ha fatto delle domande stranamente intime a Ata, chiedendole per esempio cos’aveva cambiato la conversione nella sua vita. Come può giudicare una questione così personale?».

 

Non è l’unica storia

 

A maggior ragione in un paese come la Francia che sbandiera la sua laïcité, la netta separazione tra Stato e religioni. Per Ata, che ricorda le quaranta frustate ricevute un giorno in Iran perché masticava un semplice chewing-gum durante il Ramadan, il rifiuto dell’Ofpra è assolutamente incomprensibile. E lo è anche per l’Ong Aide à l’Église en Détresse (Aed), che difende i cristiani nel mondo.

 

«Questa storia non ci sorprende, purtroppo, perché è lungi dall’essere l’unica. Certo, il criterio della sincerità della conversione è difficile da verificare. Ma forse c’è anche la volontà di evitare questo dibattito, per paura di essere tacciati di islamofobia».

 

Da quando hanno ricevuto il secondo rifiuto, Ata e Somayeh non ricevono più sovvenzioni dallo Stato: sopravvivono grazie all’aiuto dell’Aed, che finanzia la mensa scolastica e i corsi di francese all’università per entrambi. I due iraniani sono pronti ad aspettare anche dieci anni pur di certificare l’autenticità della loro fede e vincere la loro battaglia.

 

(Mauro Zanon, Tempi, 09/12/2022)
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