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"Uccidete Asia Bibi"! L'appello degli imam radicali
“Uccidete Asia Bibi”! L’appello degli imam radicali
Uccidete Asia Bibi. Non usano mezzi termini gli imam pakistani che ieri hanno pubblicamente chiesto la condanna a morte di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia senza prove e rinchiusa nel braccio della morte da 7 anni, ancora in attesa di una sentenza definitiva. La dichiarazione del muftì Muhammad Haneef Qureshi e di altri imam radicali giunge all’indomani del linciaggio dello studente Mashal Khan, assassinato perché accusato di eresia.

 

La dinamica è quella tipica innescata dalla “legge nera” sulla blasfemia: anche chi non viene formalmente condannato a morte e giustiziato da un boia di Stato, viene spesso linciato dai compagni di cella o dai vicini di quartiere. Così erano finiti, giusto per fare un esempio, Shama e Shahzad Masih nel novembre del 2014, sequestrati, torturati e bruciati vivi per il sospetto che Shama avesse bruciato una copia del Corano. La legge nera prevede la pena capitale per chiunque sia reo di bestemmia contro il Profeta, il Corano e i suoi contenuti. Le sentenze capitali sono numerose e frequenti, inclusi i tre cristiani condannati a morte lo scorso luglio, anche qui con prove che non sarebbero valide in un qualunque tribunale occidentale. La possibilità stessa di dimostrare la blasfemia è pressoché inesistente e cela ostilità pre-esistenti, la volontà di sbarazzarsi di vicini scomodi, vendette personali, lotte fra gruppi e comunità rivali. L’effetto discriminatorio è una costante: cristiani, ahmadi, sciiti sono le vittime designate. Ci si basa sul sospetto, su dicerie, su prove deboli della cui autenticità è lecito dubitare.

 

Come dimostra il caso di Mashal Khan: l’accusa si basava sulla semplice voce, diffusa nelle aule universitarie, circa alcuni suoi commenti su Facebook. “Promuovevano la fede ahmadi”, dunque era un musulmano eretico secondo i suoi accusatori. Non si è neppure atteso il processo. Alla Wali Khan University di Mardan, dove Mashal Khan e il suo collega Abdullah, primo oggetto dei sospetti e delle dicerie di blasfemia, sono stati circondati da un gruppo di studenti radicali, i “protettori del Corano”, che hanno intimato loro di recitare alcuni versetti del testo sacro dell’islam. Al rifiuto dei giovani è immediatamente partito il linciaggio. Abdullah è sopravvissuto, anche se gravemente ferito. Mashal è morto. I “protettori del Corano” hanno continuato a prenderlo a calci e pugni anche dopo la sua morte. Il linciaggio avveniva il 13 aprile. Tre giorni dopo il muftì Muhammad Haneef Qureshi ha enunciato in televisione la sua autorevole interpretazione di quanto accaduto: “Se i peccatori venissero dichiarati blasfemi dai tribunali, senza che vengano concesse loro proroghe nella pena, gli studenti non agirebbero in quella maniera. Le persone hanno perso fiducia nello Stato, a causa della noncuranza delle istituzioni e del loro silenzio criminale. Incidenti come quello della Wali Khan University continueranno fino a quando verrà offeso il loro sentimento religioso”.

 

L’imam (e non è il solo) ha chiesto esplicitamente che venga impiccata Asia Bibi, senza ulteriori “proroghe”. La presunta “colpa” della donna cristiana, anche in questo caso, si basa sulla mera testimonianza orale di sue ex colleghe di lavoro musulmane. Non c’è alcuna possibilità di provare il reato di blasfemia nei suoi confronti. Una sentenza definitiva avrebbe dovuto essere spiccata lo scorso ottobre, ma la Corte Suprema ha rinviato l’udienza a data da destinarsi dopo il misterioso ritiro di uno dei suoi giudici. Il problema è che anche le più alte cariche dello Stato e della magistratura tremano di fronte alla violenza che può essere scatenata dagli imam e dalla piazza contro i “blasfemi” e tutti coloro che sono accusati di proteggerli. Per Asia Bibi sono già morti il governatore del Punjab Salman Taseer e il ministro per le minoranze Shahbaz Bhatti. Dopo appelli come quelli di ieri, la sorte di questa giovane e coraggiosa donna pakistana è segnata. Anche in caso di assoluzione, sia lei che i giudici dovranno trovare rifugio e protezione, in patria o all’estero.

 

(Stefano Magni, LaNuovabq, 19/04/2017)
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