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«I jihadisti hanno ucciso il mio Ayad perché non volle convertirsi. Ma io li perdono»!
«I jihadisti hanno ucciso il mio Ayad perché non volle convertirsi. Ma io li perdono»!

A un anno dall’attentato nel deserto di Minya, in Egitto, dove l’Isis trucidò 28 copti, Hanaa ricorda come i figli di 10 e 14 anni, scampati alla strage, hanno reagito.

 

È passato un anno da quando Mina, 10 anni, e Marco, 14, hanno assistito all’assassinio del padre Ayad e di altri 27 copti per mano dello Stato islamico. Era il 26 maggio e un commando jihadista, in mezzo al deserto nella provincia di Minya, bloccò i cristiani che a bordo di un autobus e un pick-up si stavano dirigendo al monastero di Anba Samuel. Dopo averli derubati, gli islamisti spararono a bruciapelo a tutti coloro che non accettarono di convertirsi all’islam.

 

IL RICORDO DI HANAA. «Stavo facendo colazione con le mie figlie quando squillò il telefono: ero mio figlio che mi chiamava dal cellulare del padre. Piangeva. Mi disse che erano stati attaccati e che il padre era in condizioni critiche», ricorda Hanaa, moglie di Ayad, parlando con il portale World Watch Monitor. Il marito morì sulla strada verso l’ospedale e anche se il dolore di Hanaa è tuttora immenso, dice, «Dio mi ha confortato in molti modi, attraverso le visite di sacerdoti e gente comune, che mi sono stati vicini».

 

«GRIDAVANO “ALLAHU AKBAR”». Mina, che si trovava sul pick-up insieme al padre e al fratello, in una vecchia intervista ricordava così quanto accaduto: «Abbiamo visti i morti per terra. Hanno preso mio padre, gli hanno chiesto come si chiamava, poi gli hanno detto di recitare la professione di fede islamica. Lui si è rifiutato e ha risposto che era cristiano. Allora hanno sparato a lui e a tutti quelli che ci circondavano. Quando si sono accorti che noi eravamo ancora vivi, ci hanno fatti scendere e ci hanno puntato un’arma alla testa. Poi però è arrivato un altro e gli ha detto di lasciarci andare. Parlavano con il nostro accento, non erano barbuti ma ogni volta che uccidevano qualcuno, gridavano “Allahu Akbar”».

 

I CUOR DI LEONE. Marco e Mina, definiti al villaggio cristiano di Dayr Jarnous dove vivono “i cuor di leone”, hanno reagito in modo diverso all’attentato. Marco, il più grande, «è coraggioso come suo padre. Ha cominciato ad andare al monastero per costruire le campane della chiesa, prendendo così il lavoro che era di Ayad. Ha un forte rapporto con Dio, va sempre in chiesa, soprattutto da quando suo padre è morto», racconta Hanaa.
Mina, invece, «mi preoccupa molto. L’incidente ha avuto un impatto molto negativo su di lui. È sempre spaventato, soprattutto quando deve muoversi da solo, anche se deve recarsi al bagno. Non riesce a dormire da solo, quindi dorme di fianco a me».

 

«AMIAMO I MUSULMANI». La violenza dello Stato islamico non ha scalfito invece la fede di Hanaa: «Noi cristiani siamo perseguitati, ma amiamo i nostri vicini musulmani perché la nostra religione è basata sull’amore. Dopo aver sperimentato una persecuzione così dura sulla mia pelle, non ho cambiato la mia visione: continuo a pregare per i musulmani e ad amarli. Il nostro Signore è più forte della loro persecuzione».

 

«AYAD LI AVREBBE PERDONATI». La fede non può però cancellare il dolore per la scomparsa del marito: «Ayad non era solo mio marito. Era un amico, un fratello e un padre per me. Era tutto nella mia vita: gentile, onesto, un uomo di Dio e sono orgogliosa che fino all’ultimo respiro sia rimasto saldo nella fede. Se avesse potuto dire qualcosa ai suoi assassini, credo avrebbe detto: “Vi perdono e prego perché Dio vi perdoni, tocchi i vostri cuori e apra i vostri occhi ciechi perché vedano le Sue vie”. E io sarei stata pienamente d’accordo con lui».

 

(Leone Grotti, Tempi, 30/05/2018)
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